Il fatto che il ruolo ricoperto nella vita e nell’economia londinesi dalle centinaia di “porters” (scaricatori e facchini di strada o di fiume), a soli 70 anni circa dalla morte dell’ultimo di loro, sia quasi del tutto dimenticato è un segnale della scarsa rilevanza data alla storia della classe operaia e di coloro che diedero il nome all’omonima birra.

Quasi nessun libro moderno sulla storia di Londra cita i Ticket Porters e i loro rivali, i Fellowship Porters, nemmeno le 1000 pagine della London Encyclopedia di Weinreb e Hibbert (che riesce però a ficcarci una storia assurda sugli ale conners, i funzionari preposti al controllo sulla birra, e il Tiger pub vicino alla Torre di Londra).

Fa eccezione il libro di Peter Earle A City Full of People, sottotitolato Men and Women of London 1650-1750, pubblicato nel 1994, che fonda le sue conoscenze sul tema nel libro di Walter Stern The Porters of London, scritto nel 1960.

La mancanza di informazioni riguardo alle persone che giocarono un ruolo insostituibile nell’economia londinese dal XVII al XIX sec, un ruolo equiparabile a quello dell’autista del furgone o della motocicletta del corriere e del postino messi insieme, generò confusione negli scrittori che negli anni ’70 iniziarono a scrivere sulla birra porter.

Questi lessero commenti come quello di John Feltham che, nel 1802, scrisse che la bevanda era “un alcolico molto sostanzioso e nutriente… estremamente adatto a “porters” e altri manovali. Quindi ottenne il nome porter.” Ma loro pensavano che i “porters” a cui ci si riferiva fossero gli unici “porters” che loro conoscessero, gli unici sopravvissuti nella Londra di quegli anni, i “porters” del mercato del pesce di Billingsgate e del mercato di frutta e verdura di Covent Garden, quelli famosi per andare in giro con file di cassette di pesce o prodotti freschi in equilibrio sulla testa. Quindi scrissero, come Michael Jackson nel 1977, che la porter prendeva il nome dalla sua “popolarità… tra i “porters” dei mercati di Londra.”

I facchini dei mercati, però, erano solo una piccola parte dei circa 5000 uomini impiegati a tempo pieno per trasportare merce nella Londra di inizio diciottesimo secolo, il periodo in cui nacque la birra porter (ulteriori centinaia di persone, tra l’altro, lavoravano come facchini occasionalmente). I facchini a tempo pieno erano gestiti dalla Città di Londra ed erano divisi in due gruppi: i Fellowship Porters trasportavano beni “misurabili” (grano, carbone, sale e cose del genere) su e giù dalle barche ormeggiate nel Tamigi e dentro e fuori dai magazzini e poi c’erano i Ticket Porters.

I Ticket Porters, che indossavano un distintivo di peltro raffigurante i simboli della città (una croce e un pugnale), erano a loro volta suddivisi in due gruppi: i Ticket Porters di fiume, che si occupavano di trasportare i materiali provenienti dalle barche che i Fellowship Porters non trasportavano, e gli Street o Uptown Porters. Quest’ultimo gruppo trasportava di tutto, da lettere e pacchi fino a merce di ogni tipo per i commercianti. Il carico poteva arrivare a pesare anche 150kg, tanto che le consegne più pensanti richiedevano un team di quattro facchini muniti di pale e catene. Gli Street Porters aspettavano di essere ingaggiati nei circa 100 punti ufficiali disseminati per Londra e guadagnavano fino a cinque scellini al giorno, una buona somma per un manovale. 

Trasportare merce era un duro lavoro e i facchini avevano bisogno di fare rifornimento con una considerevole quantità di carboidrati, la maggior parte dei quali ottenevano bevendo. Una stima indica che un manovale del diciottesimo secolo acquisisse 2000 calorie al giorno dalla birra. I pub venivano utilizzati come stazioni di servizio: secondo un testo del 1841, nel diciottesimo secolo era normale per le public houses (i pub) di Londra avere una panca fuori dal locale sulla quale i facchini potessero sedersi con una tavola accanto “per depositare i loro carichi” mentre si fermavano a fare “grandi sorsate di stout… così come idealizzato nella stampa Beer Street pubblicata da Hogarth”. Ovviamente, quella “stout” era stout porter: il prodotto forte e scuro che i birrai di Londra avevano sviluppato a partire dalla brown beer che brassavano all’inizio del diciottesimo secolo era esattamente il tipo di birra rinfrescante ed energizzante che gli scaricatori volevano e la sua popolarità tra i “porters” è il motivo per cui gli è stato dato il loro nome.

I birrai assumevano parecchi scaricatori. Per esempio, Barclay Perkins della Anchor brewery di Southwark, vicino al Tamigi, assumeva fino a 140 Fellowship Porters alla volta per scaricare le chiatte di malto. Anche Reid & Co della Griffin Brewery, come Barclay Perkins uno degli 11 o 12 maggiori produttori di porter di Londra e situata in quella che è oggi Clerkenwell Road, assumeva squadre di scaricatori per trasportare sacchi di malto nel suo birrificio. Reid poi consegnava la paga ai facchini all’interno di uno dei suoi pub e si aspettava che bevessero una pinta di birra dopo essere stati pagati. Quando poi il birrificio alzò il compenso previsto per gli scaricatori per ciascun carico di malto, quadruplicò anche la quantità di birra che si aspettava che bevessero, che passò da un “pot” a due pinte.

Londra aveva almeno un paio di pub che si chiamavano proprio Ticket Porter: uno a Moorfields, gestito da un uomo che lavorava come Ticket Porter, e l’altro in Arthur Street, vicino al London Bridge (che è stato chiuso e demolito solo nel 1970. Il nome dell’ex pub si riflette in quello di un nuovo e poco invitante bar, il Porter’s Lodge, in fondo ad Arthur Street). Un altro pub, il Stave Porters, si trovava in Jacob Street, a Southwark, fino almeno agli anni ’30. Nel romanzo Il nostro comune amico, Charles Dickens inventò un pub lungo le sponde del fiume chiamato “Six Jolly Fellowship Porters” basandosi, a quanto pare, o sul pub The Grapes di Limehouse o sul Prospect of Whitby di Wapping.

Si narra che i Fellowship Porters frequentassero lo Ship, in Gate Street, vicino Holborn, in cui i nuovi membri venivano iniziati. Una descrizione del rito scritta negli anni ’20 riporta che veniva ordinato un quarto di gallone (pari a due pinte) di strong ale all’interno della quale veniva lasciato cadere il distintivo ufficiale del novizio che doveva estrarlo con i denti senza versare nemmeno una goccia di birra.

Attorno al 1920, però, i Fellowship Porters vivevano un periodo di tensione da circa 30 anni. Il potere delle organizzazioni ufficiali dei “porter”, infatti, si stava affievolendo già dall’inizio del diciannovesimo secolo. Quando iniziarono ad aprire i grandi cantieri navali a est della città, a partire dal 1802, le aziende che li costruivano e li gestivano impedirono ai Ticket Porters e ai Fellowship Porters di esercitare qualsiasi diritto a lavorare nei loro cantieri. Lo stesso impedimento fu messo in atto dalle compagnie ferroviarie quando aprirono la stazione di Londra e impiegarono i propri facchini. Il servizio postale economico (chiamato Penny Post) di Rowland Hill demolì il monopolio della consegna delle lettere degli Street Porters.

Entro gli anni ’70 del diciannovesimo secolo i Ticket Porters erano spariti. Meno di un centinaio di uomini si guadagnavano da vivere come Fellowship Porters negli ’60 dello stesso secolo, anche se quando fu indetta una riunione per discutere lo scioglimento dell’associazione, nel 1892, i membri che si presentarono furono più di 160. Un atto parlamentare sciolse infine l’associazione nel 1894, ricompensando ciascun ex “porter” per la scomparsa del proprio lavoro. Ad ogni modo, gli ex “porter” continuarono a reclamare presso la Città di Londra per alcuni decenni: nel 1932 c’erano ancora 16 ex Fellowship Porters in vita.

Anche la birra porter a quell’epoca era quasi in punto di morte a Londra, la sua gravità originale era scesa a non più di 1036 OG. Lo scrittore T.E.B. Clarke nel 1938 ha definito la porter “una sottomarca di stout alla spina che si vende nei bar a 4 pence a pinta” (meno di 5 centesimi di euro), configurandola come una delle più economiche (e, si presume, deboli) birre in circolazione.

Era letteralmente una bevanda per anziani e ragazzini: mio padre Arthur ricorda che nel 1933, all’età di 11 anni, fu mandato al dipartimento bottiglie e caraffe del pub di famiglia sotto casa, a North London, per ritirare un quartino di porter per suo nonno che all’epoca aveva circa 70 anni. Lungo il tragitto verso casa il giovane fece una furtiva e decisamente illegale sorsata di birra: mi chiedo se per caso il mio bisnonno se ne fosse accorto e abbia deciso che un sorso era un giusto compenso per ripagare mio padre per avergli portato la porter.


Testo originale:

http://zythophile.co.uk/2007/11/02/the-forgotten-story-of-londons-porters/

Autore: Martyn Cornell

Data di pubblicazione: 02 novembre 2007


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