Sono veramente passate solo sei settimane da quando mi mettevo in posa per fare selfie con brasiliane attraenti che mi dicevano quanto fossero felici di conoscermi? A quanto pare, stando ai metadati delle mie fotografie, è proprio così. Oggi sembra completamente diverso il mondo che c’era a metà marzo, solo una quarantina di giorni fa: il coronavirus era una nube scura e minacciosa all’orizzonte, ma il Brasile aveva ancora pochissimi casi e i brasiliani, che sono gente che tocca e abbraccia, toccavano e abbracciavano come sempre. Toccavano, abbracciavano e davano quelle gran strette di mano brasiliane che implicano il gesto di afferrare il pollice dell’altra persona con conseguente intensa confusione da parte dei britannici reticenti e non molto inclini al contatto fisico come me, che non riescono a capire dove mettere le loro dita. I pub e i bar brulicavano di gente, le spiagge erano affollate. Non ho mai avuto tante ragazze che volessero starmi vicino e farsi fotografare con me in vita mia. Ok, solo tre, ma sono sempre tre in più di zero.

La “fontana della birra” fuori dall’ingresso a Blumenau
La “fontana della birra” fuori dall’ingresso a Blumenau, dove si tenevano il concorso e il Festival Brasiliero da Cerveja

Mi trovavo in Brasile per il fatto di essere uno dei tre inglesi (gli altri erano Melissa Cole e Ron Pattinson) invitati in qualità di giudici al Concurso Brasileiro de Cerveja 2020 che prevedeva la presenza di un centinaio di giudici per la valutazione di più di 3.000 birre in quasi 150 stili differenti da più di 630 birrifici brasiliani. La maggior parte dei giudici proveniva dal Brasile, ma altri erano stati invitati dal Giappone, gli Stati Uniti, il Belgio, la Germania e il Canada, oltre ad altre località dell’America Latina. I brasiliani, ovviamente, erano perfettamente in grado di giudicare le proprie birre, ma buttare dentro un paio di stranieri aggiunge sempre non dico fascino, di sicuro non nel mio caso, ma magari un tocco di credibilità aggiuntiva nei confronti degli scettici che potrebbero altrimenti pensare che soli brasiliani che giudicano brasiliani sia un po’ troppo riduttivo. Eravamo lì anche per contribuire alle varie sessioni di seminari che hanno accompagnato il festival che ha seguito il concorso, i quali facevano parte dell’offerta formativa. A prescindere dal motivo, ero contento di essere lì.


Il concorso si teneva a Blumenau, una città di 350.000 abitanti a 730km a sud-ovest di Rio de Janeiro, nello Stato di Santa Catarina che è, a tutti gli effetti, la capitale brassicola del Brasile. Fu fondata da un gruppo di colonizzatori tedeschi guidati da Hermann Blumenau nel 1850, ha una lunga tradizione brassicola e ad oggi ospita il più grande Oktoberfest dopo quello di Monaco, che vede 700.000 presenze ogni anno. Qui hanno anche sede uno dei primi birrifici artigianali brasiliani, la Eisenbahn, fondata nel 2002 (ed ora di proprietà, indovinate, della Heineken) e la Escola Superior de Cerveja e Malte, la più importante scuola brassicola del Brasile. È inoltre la patria della Catharina Sour, il primo stile birrario brasiliano approvato dal BJCP, di cui parleremo a breve. La città ora si sta anche promuovendo come centro della Vale do Cerveja, Valle della Birra, che include una dozzina di birrifici della “provincia” di Vale do Itajaí, anche conosciuta come Vale Europeu, Valle Europea, a causa dell’alto numero di residenti tedeschi e italiani nella zona (alcune stime suggeriscono che fino al 50% degli autoctoni abbiano antenati tedeschi).

I brasiliani, come gran parte (tutto) del mondo, sono diventati estremamente entusiasti riguardo alla birra artigianale nell’ultima decina di anni e, come gran parte del mondo, sono assetati di conoscenza quanto di birra. Per ottenere questa conoscenza si rivolgono a scrittori e formatori provenienti da paesi con una tradizione brassicola più radicata della loro, che è il motivo per cui, con mio grande divertimento, ho potuto trovare, in una libreria di Blumenau, libri sulla birra dello scrittore canadese Stephen Beaumont, anche lui un giudice del concorso, di Melissa e del nostro caro Mark Dredge, tutti tradotti in portoghese. Non ho ancora fatto tradurre nessuno dei miei libri in portoghese, ma la richiesta di fotografie che mi è stata fatta a Blumenau suggeriscono che i miei libri in inglese, e il mio blog, abbiano almeno un piccolo audience brasiliano, il che rende quantomeno un po’ orgogliosi. Comunque, c’erano sicuramente persone molto più famose di me tra i giudici, come il leggendario Pete Slosberg, l’uomo dietro quella che negli anni novanta è stata una superstar del mercato americano della birra artigianale, la Pete’s Wicked Ale, ma che ora è pressoché dimenticata. Sono stato sbalordito di scoprire che Pete sembrava quasi felice di conoscere me e Ron quanto io lo fossi di conoscere lui (ho bevuto un sacco di Wicked Ale a suo tempo) ed era al corrente del nostro lavoro.

Una perplessa dipendente di una libreria di Blumenau
Una perplessa dipendente di una libreria di Blumenau si domanda perché questo idiota inglese voglia farle una foto mentre tiene in mano un libro di Melissa Cole

Certo, il mercato mainstream della birra brasiliana è ancora dominato da grandi marchi: questa è la patria di Ambev, la più grande azienda brasiliana, che costituisce una fetta sostanziale di AB InBev, il più grande birrificio al mondo, e i suoi marchi, inclusi Antarctica, Brahma e Skol (che, come sapete, viene da Alloa), sono onnipresenti. E un totale di un migliaio di birrifici artigianali in un paese di 210 milioni di abitanti, ai giorni d’oggi, non è poi così tanto.

Ma come molti altri paesi che hanno iniziato seriamente a produrre birra artigianale basandosi su una tradizione che non andava oltre le lager leggere, la smania dei nuovi piccoli birrifici brasiliani di provare qualunque cosa è meravigliosa. Io ero il responsabile della giuria: siamo partiti con birre prodotte con lievito di sakè, procedendo poi con birre in stile Sahti finlandese (una delle quali sapeva talmente di pino che sembrava di bere il Lysoform), American amber lager chiare (delle quali solo una era veramente ambrata), Dunkelweizen, Irish red ale (uno stile inventato, ma non solleviamo questo tema adesso), Brown ale, Export stout… avete colto l’idea.

Non ha sorpreso la presenza al concorso dello stile più popolare: IPA, con 235 diverse etichette. Ma il secondo stile più popolare è stato il Catharina Sour, con 157 tipi presentati, molti più dei 58 del 2018, suggerendo che ad oggi almeno un quarto dei birrifici brasiliani produce una birra che, di fatto, è nata solo quattro anni fa.

Uno stand della Skol sulla spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro
Uno stand della Skol sulla spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro: una bella differenza con Alloa…

Ma cos’è una Catharina Sour? Come e perché è nata? Perché, se viene dallo stato di Santa Catarina, si scrive Catharina? E perché è così popolare tra i birrai brasiliani? Essenzialmente è una birra di frumento chiara, dalla gradazione piuttosto bassa (4% vol. o poco più), leggermente luppolata, poco amara, acidificata con metodo kettle sour, imparentata con la Berliner Weisse e aromatizzata con frutti tropicali e semi tropicali aggiunti nel tino di fermentazione. Una buona Catharina Sour è solo lievemente aspra (avendo subito un solo giorno di acidificazione prima che il mosto fosse processato normalmente), ben carbonata e rinfrescante. Altri, a Santa Catarina, avevano prodotto birre fruttate poco acidificate a partire dal 2014, ma la vera Catharina Sour è stata prodotta dalla Cervejaria Blumenau nel 2016 con le pesche e chiamata Catharina Son of a Peach[1] in onore alla nonna dei birrai, che si chiamava Catharina e che era famosa, almeno nella sua famiglia, per le sue torte alle pesche.

birrificio Blumenau
Al birrificio Blumenau va il merito di aver dato il nome alla Catharina Sour, anche se resta aperto il dibattito su chi abbia inventato lo stile

I birrai di Santa Catarina hanno velocemente accolto e sviluppato l’idea e, in onore alla birra che ha ispirato tutti gli altri e anche perché hanno riconosciuto che costituiva un brand eccellente, hanno chiamato le loro versioni Catharina Sours. Richard Westphal Brighenti, che gestisce il birrificio Lohn a Lauro Müller, una città a 160km a sud di Blumenau, nel suo libro Fazemos Cervejas, “Facciamo birra”, pubblicato alla fine dell’anno scorso (del quale è stato così gentile da darmi una copia autografata), scrive che prima che arrivasse la Son of a Peach i birrai di Santa Catarina producevano già una birra acida e fruttata in tini e la vendevano come “Berliner Weisse con frutta”. Ma questo confondeva i consumatori e comunque era tecnicamente sbagliato, dal momento che la Berliner Weisse non è mai stata realizzata con la frutta.

Il birrificio Lohn, per cominciare, ha prodotto una “Berliner Weisse” aromatizzata da un’aggiunta di una varietà di uva locale, l’Uva Goethe, ma i consumatori non hanno reagito con entusiasmo (in parte, a quanto pare, perché la Lohn vendeva bottiglie da 500ml mentre quelle da 330ml sarebbero state più adeguate all’immagine richiesta). Durante una riunione della Associação Catarinenses das Cervejarias Artesanais, l’Associazione Catarinense dei Birrifici Artigianali, tenutasi a novembre del 2016 al brewpub Liffey di Palhoça, subito a sud della capitale del Santa Catarina, Florianópolis, si è discusso della crescente popolarità, tra i birrai locali, di queste birre acide e fruttate e del bisogno di individuare un nome che ne rendesse chiara la natura per agevolare sia i produttori che, ancora più importante, i consumatori. La decisione unanime è stata quella di chiamarle Catharina Sours.

alambicchi di rame lucido alla distilleria di cachaça Xanadu, a Blumenau
Meravigliosi alambicchi di rame lucido alla distilleria di cachaça Xanadu, a Blumenau

Secondo Richard, lo stile Catharina Sour non è tanto stato inventato, quanto “emerso” autonomamente, nato dalla curiosità verso nuovi sapori da parte dei consumatori brasiliani, dalla ricettività di aromi fruttati da parte delle birre acide e dalla straordinaria varietà di frutti che crescono in Brasile, sia nativi che introdotti da fuori. Ad oggi è possibile trovare Catharina Sours prodotte con frutti brasiliani come quelli del jabuticaba (l’albero di uva) e del butiá (un tipo di palma), con il grumichama (la ciliegia brasiliana), il frutto della passione (chiamato maracuja in Brasile), l’ananas (originario del Brasile) e il guaraná, oltre a quelle prodotte con frutti introdotti come la papaya, la mora, il lampone, il mirtillo, il mango, il kiwi, il bergamotto… se sa di frutta può fare al caso.

Marmellata di arance white IPA con kveik, dal brewpub Narreal di Rio de Janeiro
Marmellata di arance white IPA con kveik,
dal brewpub Narreal di Rio de Janeiro

I fans patriottici brasiliani possono quindi bere “local” e, in un momento storico in cui qualsiasi sviluppo brassicolo “local” diventa globale quasi nello stesso momento in cui viene scoperto (vedi per esempio l’utilizzo del kveik: è stato estremamente ironico trovare una “kveik IPA” in vendita in un bar di Rio de Janeiro meno di due settimane dopo essere stato in Norvegia per il lancio di una campagna mirata al riconoscimento del kveik come parte del “patrimonio culturale immateriale della Norvegia”), credo sia possibile sostenere che tutti hanno bisogno di una birra che possano considerare la propria, che si basi sulle loro tradizioni, i loro prodotti, la loro terra e i brasiliani sono fortunati, rispetto ad altre “nuove” nazioni birrarie, che sia stata la Catharina Sour ad emergere, a rappresentare il contributo del Brasile al mondo della birra e ad essere sulla strada giusta per diventare parte del patrimonio culturale immateriale nazionale. Allo stesso tempo, le risorse naturali del Brasile racchiudono una moltitudine di altre possibilità per lo sviluppo di nuovi stili e sapori, non da ultimi i numerosi boschi locali, alcuni dei quali possono fornire legni che, se utilizzati in maturazione donerebbero alla birra aromi meravigliosi. I birrifici artigianali brasiliani vedranno ancora molta sperimentazione e molti sviluppi.

Un aspetto affascinante della scena brassicola artigianale brasiliana è l’ascesa della figura del maltatore: ho fatto una chiacchierata con uno di loro, Rodolgo Rebelo, fondatore della Malteria Blumenau, e mi sarebbe piaciuto molto avere la possibilità di dare un occhio alle sue maltazioni, ma purtroppo… Un aspetto divertente è il modo in cui così tanti birrai artigianali brasiliani acquisiscano uno stile personale che rimanda chiaramente alla caricatura del birraio artigianale americano: barba abbastanza folta da poter ospitare diversi uccellini, maglietta e jeans neri, cappello da baseball, braccia interamente tatuate.

Bloody Mary adi fronte a Copacabana beach
Non è sempre tutto birra: a volte è un perfetto Bloody Mary alle cinque di sera, corredato da un enorme gambero arrosto che ne fuoriesce, mentre guardi Copacabana beach

Un aspetto per niente sorprendente è il modo in cui i grandi birrifici si lanciano su quelli piccoli di maggior successo e come questo, come succede ovunque, irriti il resto della comunità birraria artigianale. Durante la premiazione, dopo due giorni di gara, ci sono stati parecchi fischi quando il premio “Best of Show” è andato alla Cervejaria Colorado per la sua Guanabara, una imperial stout prodotta con la rapadura (zucchero di canna integrale non raffinato) che apporta un tocco affumicato e di terra e invecchiata in legno di umburana, ricavato da un albero (Bursera leptophleus) che cresce nel Caatinga, una regione a nord-est del Brasile (Nota: o forse non quell’albero, vedi il commento di Gail Ann Williams al post originale). È una birra che compie il suo dovere: utilizza risorse del posto per produrre un risultato distintamente locale e aveva già vinto più di 20 premi. Ma Cervejaria Colorado, che una volta era uno dei più grandi birrifici indipendenti del Brasile, dal 2015 è di proprietà di Ambev. L’idea che all’Impero del Male fosse assegnato il premio più importante ha naturalmente fatto infuriare molti. Comunque, come ha detto uno degli organizzatori (ed è una frase che certamente ruberò e riutilizzerò), se si potesse assaporare l’indipendenza, allora l’indipendenza vincerebbe ogni volta. Ma non si può.

Sospetto che dovrà passare ancora del tempo prima di poter trovare la Catharina Sour al maracuja in vendita durante l’intervallo allo stadio Maracanã insieme alla Skol o chiunque abbia i diritti di vendita nel principale stadio di Rio. Ma c’è parecchia grinta nella scena brassicola artigianale brasiliana e, stando alla quantità di nuovi kit luccicanti che abbiamo visto nei birrifici di Blumenau e i suoi dintorni che i nostri ospitanti ci hanno portato a visitare, anche parecchi soldi. Le birre brasiliane stanno già vincendo premi fuori dal Brasile. Non è una grande profezia dire che nel mondo post-lockdown vedremo tutti molte più birre brasiliane, non da ultime quelle nello stile locale, le Catharina Sour. State attenti a pronunciarlo bene…

Annuncio dei vincitori al contest di Rio de Janeiro
Si annunciano i vincitori al termine del contest

Ringrazio molto Doug Merlo, il miglior beer sommelier e homebrewer di Blumenau, per avermi suggerito come giudice e per la sua eccezionale ospitalità mentre ero lì, nello specifico per aver organizzato visite non solo a birrifici locali, ma anche a uno stabilimento caseario e a una distilleria di cachaça (entrambi affascinanti); ringrazio Fê Bressiani, oltre a tutti i suoi colleghi della Escola Superior de Cerveja e Malte, per le sue eccezionali doti organizzative e per essersi assicurata che tutto andasse nel miglior modo possibile; grazie anche a Chris Flaskamp del birrificio Tübinger, in Cile, per essere stato un ottimo compagno e traduttore e grazie alle incantevoli ragazze che hanno voluto farsi scattare una foto mentre stavano accanto a me: avete reso molto felice un vecchio uomo. Sono stato benissimo: ho bevuto un sacco di ottima birra, ho mangiato un sacco di ottimo cibo, ho incontrato un sacco di splendide persone e ho creato, posso dirlo, un sacco di nuove meravigliose amicizie. Spero veramente che stiate tutti passando l’attuale crisi mondiale nel miglior modo possibile.

Il brewpub Narreal, a Rio de Janeiro
Il brewpub Narreal, a Rio de Janeiro, dove ho provato per la prima volta il servizio di birra self-service…
Interno del brewpub Narreal, a Rio de Janeiro
…quando entri ti viene consegnata una card sulla quale è stampato un QR code collegato al tuo nome e numero di telefono. Prendi un bicchiere, individui la birra che vuoi, passi la card sul lettore situato sotto ciascuno di quei monitor, selezioni la birra scelta e spilli. Il sistema misura esattamente la quantità versata e il conto va sulla card. Il cibo viene ordinato utilizzando dei tablet presenti su ogni tavolo: tieni il QR code rivolto verso lo schermo del tablet e il conto viene aggiunto alla card. Alla fine della serata, consegni la card al front desk, paghi l’importo che devi e ottieni una ricevuta che mostri all’uomo all’ingresso per fargli sapere che non stai scappando senza aver pagato.

[1] NdT: il nome Son of a Peach è un gioco di parole: peach in inglese significa pesca, mentre son of a bitch, la cui ultima parola, a parte la lettera iniziale, si legge come peach, è un’espressione volgare che significa figlio di una poco di buono.   


Testo originale:

http://zythophile.co.uk/2020/05/02/catharina-sour-and-other-beers-in-brazil-in-those-long-vanished-times-six-weeks-ago/

Autore: Martyn Cornell

Data di pubblicazione: 2 maggio 2020


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